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L'eredità e l'attualità di Giovanni Bollea

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L'eredità e l'attualità di Giovanni Bollea

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L'eredità e l'attualità di Giovanni Bollea

“... Ho sempre insistito che non ci si fermasse soltanto su psicopatologia più farmaco ma si provasse a curare una persona al cento per cento: (serve) un’unità di crisi che si occupi del tutto, non di una parte sola”.

“... Ho sempre insistito che non ci si fermasse soltanto su psicopatologia più farmaco ma si provasse a curare una persona al cento per cento: (serve) un’unità di crisi che si occupi del tutto, non di una parte sola”.

L'eredità e l'attualità di Giovanni Bollea

di Mauro Ferrara

Ha senso richiamare le parole di un uomo del secolo scorso, pronunciate a pochi mesi dalla fine di un lungo cammino, a proposito della grande ondata di malessere che ha colpito la cosiddetta Generazione Z? Lo stato d’animo di chi si confronta quotidianamente con l’incremento del disagio infantile e adolescenziale espresso anche attraverso sintomi clinici, confermato dall’andamento di tutti gli indicatori (prevalenza dei disturbi diagnosticati; aumento di ricoveri; prescrizione in crescita di psicofarmaci), è contrassegnato da un senso di allarme e da un sentimento pervasivo di frustrazione. Un allarme che si ripete ormai da circa 15 anni a questa parte, ben prima del fatidico 2020 pandemico.

La connessione tra crisi della salute mentale in età evolutiva e fenomeni di natura sociale e culturale (la corsa frenetica alle tecnologie digitali, l’aumento diffuso della solitudine, l’incertezza sul futuro, l’impatto della pandemia...) è cronologicamente evidente, ma controversa sul piano delle dinamiche di causa/effetto. Se diventa materia per opinionisti televisivi e policymakers sotto pressione può generare provvedimenti di carattere sanitario/preventivo in ordine sparso, che non sembrano per ora raggiungere i più vulnerabili che producono sintomi e affollano i dipartimenti di emergenza.

L’ allarme rilanciato da neuropsichiatri infantili e psichiatri è più che giustificato. Dal 2012 al 2019 il numero di accessi di adolescenti con un problema mentale nei dipartimenti di emergenza è quadruplicato; dati statunitensi, ma coerenti con quelli rilevabili nei nostri affollati pronto soccorso. Siamo di fronte ad una frustrazione professionale e deontologica. Gli strumenti della cura non funzionano, o funzionano meno rispetto ai “casi” e alle diagnosi tradizionali. Le fluttuazioni continue tra malessere e disturbo mentale ci sorprendono e ci fanno temere che stiamo curando come malati molti bambini e ragazzi vulnerabili, e che nel mondo reale si stia ampliando lo iato tra ricerca neuroscientifica/biomedica e operatività clinica. È questa la discontinuità che alcuni degli uomini del secolo scorso avevano cercato di colmare, nel segno dell’interdipendenza cultura/relazioni/cervello, del dialogo tra discipline, della flessibilità degli approcci e dei luoghi di cura, della loro apertura alla comunità.

Le risposte alla crisi non possono essere lasciate a strutture sanitarie isolate dal tutto, e che comunque avrebbero urgente necessità di robusti interventi a supporto. L’ allarme va riportato dentro un dibattito allargato alle scienze sociali, alla scuola, alle istituzioni, al mondo della cultura, all’industria che promuove tecnologie. Da qui i proponenti avvertono la necessità di istituire un ente che abbia come finalità quella di rilanciare l’eredità metodologica del lavoro di Giovanni Bollea, di costruire ponti tra le istituzioni (ospedale, aziende sanitarie locali, scuola) e il territorio (famiglie, enti del terzo settore, comunità educanti), di promuovere interventi clinici e educativi di sostegno, e attività di ricerca-azione.

Ha senso richiamare le parole di un uomo del secolo scorso, pronunciate a pochi mesi dalla fine di un lungo cammino, a proposito della grande ondata di malessere che ha colpito la cosiddetta Generazione Z? Lo stato d’animo di chi si confronta quotidianamente con l’incremento del disagio infantile e adolescenziale espresso anche attraverso sintomi clinici, confermato dall’andamento di tutti gli indicatori (prevalenza dei disturbi diagnosticati; aumento di ricoveri; prescrizione in crescita di psicofarmaci), è contrassegnato da un senso di allarme e da un sentimento pervasivo di frustrazione. Un allarme che si ripete ormai da circa 15 anni a questa parte, ben prima del fatidico 2020 pandemico.

La connessione tra crisi della salute mentale in età evolutiva e fenomeni di natura sociale e culturale (la corsa frenetica alle tecnologie digitali, l’aumento diffuso della solitudine, l’incertezza sul futuro, l’impatto della pandemia...) è cronologicamente evidente, ma controversa sul piano delle dinamiche di causa/effetto. Se diventa materia per opinionisti televisivi e policymakers sotto pressione può generare provvedimenti di carattere sanitario/preventivo in ordine sparso, che non sembrano per ora raggiungere i più vulnerabili che producono sintomi e affollano i dipartimenti di emergenza.

L’ allarme rilanciato da neuropsichiatri infantili e psichiatri è più che giustificato. Dal 2012 al 2019 il numero di accessi di adolescenti con un problema mentale nei dipartimenti di emergenza è quadruplicato; dati statunitensi, ma coerenti con quelli rilevabili nei nostri affollati pronto soccorso. Siamo di fronte ad una frustrazione professionale e deontologica. Gli strumenti della cura non funzionano, o funzionano meno rispetto ai “casi” e alle diagnosi tradizionali. Le fluttuazioni continue tra malessere e disturbo mentale ci sorprendono e ci fanno temere che stiamo curando come malati molti bambini e ragazzi vulnerabili, e che nel mondo reale si stia ampliando lo iato tra ricerca neuroscientifica/biomedica e operatività clinica. È questa la discontinuità che alcuni degli uomini del secolo scorso avevano cercato di colmare, nel segno dell’interdipendenza cultura/relazioni/cervello, del dialogo tra discipline, della flessibilità degli approcci e dei luoghi di cura, della loro apertura alla comunità.

Le risposte alla crisi non possono essere lasciate a strutture sanitarie isolate dal tutto, e che comunque avrebbero urgente necessità di robusti interventi a supporto. L’ allarme va riportato dentro un dibattito allargato alle scienze sociali, alla scuola, alle istituzioni, al mondo della cultura, all’industria che promuove tecnologie. Da qui i proponenti avvertono la necessità di istituire un ente che abbia come finalità quella di rilanciare l’eredità metodologica del lavoro di Giovanni Bollea, di costruire ponti tra le istituzioni (ospedale, aziende sanitarie locali, scuola) e il territorio (famiglie, enti del terzo settore, comunità educanti), di promuovere interventi clinici e educativi di sostegno, e attività di ricerca-azione.